Come aumentare il potere d’acquisto delle Famiglie.

Come aumentare il potere d’acquisto delle Famiglie.

Come aumentare il potere d’acquisto delle famiglie/1

Le "rendite" finanziarie.Il prezzo del petrolio ha iniziato ad abbassarsi. Michael C. Lynch, Presidente di Strategic Energy and Economic Research, ricercatore presso il Center for International Studies del MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston si dichiara assolutamente convinto di un probabile drastico crollo del suo prezzo. Ma non illudetevi: non ci sarà un ritorno all’indietro dei prezzi di tutti i prodotti che hanno incorporato l’aumento del prezzo al barile. In particolare in tutta la filiera alimentare. La riduzione del prezzo si trasformerà invece più facilmente in profitti. Ed i profitti spesso si tradurranno in investimenti finanziari. Ed allora la priorità diventa sempre più come aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori a reddito fisso. In Italia chi ricava redditi dall’investimento del denaro (interessi, dividendi, plusvalenze su titoli) non li deve indicare nella dichiarazione dei redditi (salvo casi particolari). Pertanto per questi redditi non opera il principio di progressività previsto dalla Costituzione: ciò significa che su 1000 Euro di interessi attivi su obbligazioni l’imposta da pagare (pari a 125 euro) risulterebbe uguale tanto per il cittadino che avesse quel solo reddito quanto per il Presidente del Consiglio Berlusconi che, sulla base della sua dichiarazione, percepisce 28 milioni di Euro all’anno. Far pagare la stessa imposta a tale cittadino e a Berlusconi è evidente che ha un effetto progressivo al contrario, poiché “è come togliere ai poveri per dare ai ricchi” (Robin Hood alla rovescia). Anche se il capitale corrispondesse a reddito passato risparmiato, sul quale si presume che l’imposta progressiva sia stata assolta, ognun vede che ci troviamo in presenza di una grave disparità di trattamento. Come ha sottolineato un economista di valore come Francesco Giavazzi, la doppia tassazione può però essere giustificata da un intento ‘redistributivo’, che si potrebbe ottenere “sommando questi redditi a quelli da lavoro, in modo tale da applicare su di essi l’aliquota sul reddito complessivo e non la semplice imposta sostitutiva del 12,5%”. E’ anche evidente che tutto ciò che rende più vicina l’imposta sostitutiva all’aliquota mediamente pagata sul reddito permette di ottenere l’effetto redistributivo di cui sopra. Tra l’altro i redditi finanziari (che comprendono anche le plusvalenze speculative, da cui la definizione in qualche modo dispregiativa di "rendite") non sono colpiti tutti allo stesso modo. Gli interessi su conti correnti bancari scontano un’imposta sostitutiva del 27%, mentre tutti gli altri proventi finanziari, salvo eccezioni, pagano il 12,5%. In particolari condizioni le plusvalenze speculative riescono a sfuggire interamente alla tassazione: clamoroso il caso di qualche “furbetto del quartierino” che qualche anno fa conseguì una plusvalenza speculativa di 500 milioni di euro senza versare un solo centesimo di imposte. Ecco dunque che unificare l'aliquota per tutti questi redditi al 20% (che è il livello tendenziale della tassazione dei redditi finanziari in Europa) ed una più precisa definizione delle plusvalenze speculative da tassare renderebbe più equa la pressione fiscale complessiva. Attualmente l’Erario incassa circa 10 miliardi di Euro all’anno da tale tassazione. Secondo uno studio molto particolareggiato di una ricercatrice (Maria Cecilia Guerra) l’armonizzazione dell’aliquota farebbero aumentare le entrate del fisco di una somma da 2,5 a 4,2 miliardi di Euro. Volendo assumere un’ipotesi intermedia di 3,5 miliardi di Euro, ciò permetterebbe di aumentare la detrazione per spese di produzione del reddito dei circa 15 milioni di lavoratori dipendenti e pensionati (con redditi fino a 25.000 euro) di circa 250 euro, che nella situazione in cui ci troviamo, potrebbero essere d’aiuto. Alla ripresa dei lavori parlamentari presenterò una proposta di legge in tal senso.

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